Fare i bravi è una raccomandazione che vale solo per i tifosi,
perchè poi sul prato bisognerà essere feroci, come ogni derby comanda:
«E noi siamo pronti a giocarlo - spiega Antonio Conte - dal punto di
vista tattico, tecnico e della mentalità. Nei derby conta molto la
determinazione, perché loro avranno grande cattiveria. Per questo, il
punto di vista tattico è quello che mi preoccupa di meno». Tanto che
l’ha deciso da un pezzo, confermando il 3-5-1-1 delle ultime due uscite,
con Marchisio appostato alle spalle di Vucinic. E, dunque, dentro anche
tutto il resto dell’artiglieria di centrocampo, Vidal, Pirlo, Pogba.
Vinca chi azzanna di più.
E se nell’altro accampamento s’invoca la «partita da Toro», qui andrebbe benissimo una da Juve, edizione Conte. Almeno a giudicare dagli aggettivi che lo stesso allenatore metterebbe sull’etichetta dello scudetto: «Sarebbe il titolo della ferocia, della voglia e della continuità, tutte cose che abbiamo dimostrato di avere più degli altri. E poi lo definirei uno scudetto straordinario, perché non è facile rivincere quando parti con i favori del pronostico». Guai a fidarsi, però: «Il derby è sempre una partita molto particolare: quando noi vincemmo lo scudetto e il Toro retrocesse, li perdemmo tutti e due: valori e punti non contano». In realtà i granata andarono in B la stagione dopo, ma rende l’idea. Ormai, il duello casalingo lo sente anche lui: «Sono torinese d’adozione e quando sei qui da vent’anni è inevitabile che hai amicizie anche con tanti tifosi granata sfegatati: ma c’è sempre grandissimo rispetto nei loro confronti, per la storia e per quel che sarà. Inevitabile poi che si voglia avere la supremazia in città».
Tutto il resto può attendere. A partire dai pensieri di Champions, che non fanno meno male solo per la figuraccia del Barcellona contro il Bayern: «Non ci deve consolare, perché noi dobbiamo guardare verso l’alto e non verso il basso». Neppure spostano i complimenti di Ibra: «Se lo chiedete a Suarez penso possa dire la stessa cosa, perché qui è stato fatto un grandissimo lavoro». Non basta: «I top player vanno dove vengono strapagati». E non è questo il Paese, per adesso.
E se nell’altro accampamento s’invoca la «partita da Toro», qui andrebbe benissimo una da Juve, edizione Conte. Almeno a giudicare dagli aggettivi che lo stesso allenatore metterebbe sull’etichetta dello scudetto: «Sarebbe il titolo della ferocia, della voglia e della continuità, tutte cose che abbiamo dimostrato di avere più degli altri. E poi lo definirei uno scudetto straordinario, perché non è facile rivincere quando parti con i favori del pronostico». Guai a fidarsi, però: «Il derby è sempre una partita molto particolare: quando noi vincemmo lo scudetto e il Toro retrocesse, li perdemmo tutti e due: valori e punti non contano». In realtà i granata andarono in B la stagione dopo, ma rende l’idea. Ormai, il duello casalingo lo sente anche lui: «Sono torinese d’adozione e quando sei qui da vent’anni è inevitabile che hai amicizie anche con tanti tifosi granata sfegatati: ma c’è sempre grandissimo rispetto nei loro confronti, per la storia e per quel che sarà. Inevitabile poi che si voglia avere la supremazia in città».
Tutto il resto può attendere. A partire dai pensieri di Champions, che non fanno meno male solo per la figuraccia del Barcellona contro il Bayern: «Non ci deve consolare, perché noi dobbiamo guardare verso l’alto e non verso il basso». Neppure spostano i complimenti di Ibra: «Se lo chiedete a Suarez penso possa dire la stessa cosa, perché qui è stato fatto un grandissimo lavoro». Non basta: «I top player vanno dove vengono strapagati». E non è questo il Paese, per adesso.
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